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Girare un film in Italia: una commedia tragica

Prima di diventare un ambiente di lavoro, il cinema è stato un luogo in cui svanire.

Molto prima delle produzioni, delle riunioni, dei preventivi e delle giornate infinite, c’era il buio della sala. Le luci che si abbassavano lentamente, il brusio che svaniva e quella sensazione quasi fisica di abbandonare la realtà per entrare in un mondo altro. Per due ore tutto il resto restava fuori: esami universitari, soldi (pochi), futuro, ansie. Restavano solo lo schermo e la possibilità di vivere altre vite.

Forse è proprio lì che nasce il problema di molti aspiranti registi italiani (e non). Ci si innamora del cinema molto prima di conoscere l’industria cinematografica.

Io mi sono laureato in Lettere, indirizzo spettacolo, in Storia e critica del cinema. Come molti studenti convinti che il cinema fosse una forma superiore di esistenza, passavo tanto tempo a guardare film. Le giornate erano scandite da lezioni universitarie, discussioni infinite su registi che nessuno aveva mai sentito nominare, tanti film e riunioni in luoghi oscuri e nascosti, come i carbonari.

Uno di questi era Videobuco. Per chi è cresciuto prima dello streaming, un videonoleggio poteva essere molto più di un negozio. Era un rifugio. Un archivio sentimentale. Una piccola cineteca a San Lorenzo, collegata al dipartimento di cinema della Sapienza, dove si entrava magari per prendere un film e si finiva a parlare per un’ora di finali, carrellate e colonne sonore.

Ricordo le copertine consumate delle VHS, le cassette duplicate male, i film introvabili passati di mano come oggetti proibiti. Alcuni titoli avevano un’aura mitologica semplicemente perché erano irreperibili. E forse era proprio quella fatica a renderli preziosi.

A poco più di vent’anni pensavo che amare il cinema bastasse per farne parte. Era un’idea ingenua ma bellissima.

Poi iniziai a girare i miei primi cortometraggi. Naturalmente non avevamo soldi. Nessuno dei miei amici, a quell’età, aveva soldi. Però avevamo entusiasmo, che spesso era più una forma di irresponsabilità. Gli amici diventavano troupe. Qualcuno teneva il microfono, qualcun altro reggeva un pannello riflettente costruito con il cartone argentato. Si girava nei garage, negli appartamenti, per strada, sperando che nessuno chiamasse i vigili.

Ogni corto sembrava destinato a rivoluzionare il cinema mondiale. 

Oggi, quando riguardo quei lavori, provo la stessa tenerezza che si prova osservando certe fotografie adolescenziali. Ci vedo ingenuità, ambizione sproporzionata, dialoghi improbabili, scelte registiche discutibili e soprattutto un dettaglio fondamentale: la passione non coincide automaticamente con il talento. Ed è una scoperta dolorosa.

Perché da giovani si pensa che il mondo dell’arte funzioni come una specie di giustizia poetica. Se ami davvero qualcosa, prima o poi verrai premiato. Poi però si cresce e si capisce che nel cinema quasi mai coincidono desiderio, talento, fortuna e sistema produttivo.

Ci sono persone molto brave che non riusciranno mai a realizzare un film. Persone mediocri che ne faranno molti. Sceneggiature straordinarie che resteranno in un cassetto. Film inguardabili che riceveranno finanziamenti.

Dal 2000 al 2006 ho lavorato nella produzione cinematografica e lì ho scoperto il grande segreto del settore: il cinema italiano ama profondamente parlare di cinema. Molto meno farlo.

Entrando in quell’ambiente pensavo ingenuamente che il problema principale fosse trovare soldi. Mi sbagliavo. Il problema principale era trovare qualcuno disposto a leggere davvero una sceneggiatura.

Le riunioni erano spesso surreali. Persone che non avevano aperto il copione discutevano per ore del “potenziale del progetto”. Alcuni produttori sembravano interessati soprattutto ai finanziamenti, ai bandi, alle coproduzioni, alle pratiche burocratiche e a pagare sempre meno le maestranze. Il film, a volte, appariva quasi un dettaglio amministrativo necessario per ottenere il resto.

C’erano poi gli entusiasti professionisti. Quelli che dicevano: “Bellissimo progetto. Sentiamoci prestissimo.” E infatti sparivano per sei mesi.

Oppure gli intellettuali da festival, convinti di essere gli unici depositari del verbo.

E naturalmente non mancava la figura immortale del sistema italiano (in qualsiasi campo): l’amico dell’amico. Nel cinema, come in molti altri ambienti, il talento aiuta. Ma conoscere la persona giusta all’aperitivo giusto aiuta spesso di più.

La cosa più deprimente, però, non era nemmeno il nepotismo. Era la paura. 

Paura del rischio. Paura delle idee troppo strane. Paura dei registi troppo giovani. Paura di tutto ciò che non fosse già stato provato da qualcuno prima.

Così si finiva per inseguire continuamente formule rassicuranti. Film simili ad altri film, attori scelti perché “funzionano”, storie pensate più per i finanziamenti che per il pubblico.

Fortunatamente non era e non è tutto così, ma trovare situazioni virtuose non è facile.

Naturalmente non voglio fingere che il problema sia solo italiano. Il cinema è sempre stato anche industria, compromesso, denaro. Ma in Italia ho spesso avuto l’impressione che l’entusiasmo fosse guardato con sospetto. Come se credere davvero nel proprio progetto fosse una forma di ingenuità infantile da correggere rapidamente.

Molti giovani registi, dopo qualche anno, si dividono in categorie abbastanza prevedibili.

Ci sono quelli che smettono. Quelli che emigrano. Quelli che si adattano. E quelli più pericolosi: quelli che continuano ostinatamente a provarci.

Li riconosci subito. Hanno ancora negli occhi la stessa luce dei cinefili che passavano i pomeriggi nei videonoleggi. Continuano a scrivere sceneggiature di notte. Girano cortometraggi con budget ridicoli. Parlano ancora di cinema come se fosse qualcosa di importante e non soltanto un settore produttivo.

Sono i personaggi che preferisco.

Forse perché il confine tra commedia e autobiografia, in questo ambiente, è sottilissimo.

Ripensandoci oggi, credo che il vero equivoco nasca tutto lì, nel buio della sala cinematografica. Quando sei giovane e guardi un film che ami profondamente, non stai pensando ai finanziamenti ministeriali, alle piattaforme, ai contratti o agli incassi del weekend. Stai semplicemente vivendo una specie di magia.

E chi si innamora di quella magia finirà inevitabilmente per inseguirla.

Anche quando non conviene. Anche quando il sistema sembra fatto apposta per scoraggiarti. Anche quando i tuoi cortometraggi non sono belli quanto credevi. Anche quando capisci che il talento, da solo, non garantisce nulla.

Forse è per questo che continuo ad avere affetto per i personaggi che falliscono inseguendo un film impossibile. Perché li ho conosciuti. E, in parte, lo sono stato anch’io.

Il cinema italiano è pieno di persone che falliscono con ostinazione. E forse, più dei premi e degli incassi, è proprio questa ostinazione la forma più sincera di poesia.

In fondo, L'ultima scena, uno dei racconti raccolti nel mio libro, nasce proprio da qui. Ambientato nella Roma degli anni Ottanta, racconta l'ostinazione di un giovane regista che continua a inseguire un film anche quando la realtà gli suggerisce di lasciar perdere. Perché il cinema, come tutti i grandi amori, sa essere meraviglioso, irragionevole e spesso fonte di guai. Ma resta difficile smettere di crederci.

La verità che brucia e altri racconti

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