
È una sera di marzo del 2010. È ancora fresco, ma nell’aria si sente che la primavera sta per arrivare. Fuori dal Satyricon a Frosinone si sta bene. Sono arrivato da poco e sto aspettando di incontrare Marino e Sandro Severini, i Gang. Da qualche mese mi ronza in testa l’idea di girare un documentario su di loro e questa è una buona occasione per incontrarli e fare due chiacchiere tranquilli. Ho tante idee, ma non so quanta disponibilità posso avere da loro. Al telefono si sono detti molto contenti del mio progetto, ma ho paura che poi all’atto pratico ci possano essere dei problemi. Vengo dalla produzione cinematografica e questo mi ha insegnato a diffidare delle cose troppo semplici e ad aspettarmi sempre delle sorprese.
Ho scoperto i Gang tramite mia cugina che, oramai molti anni fa, mi regalò una cassetta con da un lato “Le radici e le ali” e dall’altro “Storie d’Italia”. Mi piacquero subito, ma non scatto l’amore tra me i Gang. Ero, e in parte sono rimasto, molto esterofilo. Ascolto poca musica italiana e pur riconoscendo il valore di quei dischi, ho passato molti anni a considerare i Gang un ottimo gruppo, ma senza approfondire più di tanto l’ascolto. Ricordo molto bene però la sensazione di ascoltare qualcosa di particolare, qualcosa di diverso.
Marino e Sandro arrivano con la macchina stracarica di strumenti e amplificatori. Insieme a loro la compagna di Sandro con l’immancabile cagnolino. Un saluto veloce e la promessa di fare una bella chiacchierata dopo aver sistemato l’attrezzatura. Scaricato il materiale iniziano il sound-check. Una cosa veloce. Nella formazione acustica Sandro suona la chitarra elettrica e Marino la dodici corde. Non ci vuole molto. Io li guardo e sono contento perché l’impressione avuta per telefono si è rivelata esatta, sembrano delle belle persone. Marino parla in continuazione e fuma una sigaretta dopo l’altra. Sandro è tranquillo, defilato, serio (almeno questa fu la prima impressione).
Qualche anno fa, a dire la verità un bel po’ di anni fa, andai a vedere i Gang (non era la prima volta) in un concerto in provincia di Roma. Non ricordo esattamente dove si svolse quel concerto, ma fu un’esperienza incredibile. Il palco era molto piccolo e l’impianto era un disastro. Eravamo forse una ventina di persone in tutto. Eppure i Gang non si risparmiarono. Suonarono con energia e grinta come se avessero davanti un milione di persone. Rimasi molto colpito. Da quel momento mi sono interessato di più a questi “ragazzi” di Filottrano e della loro fantastica storia. In un mondo dove la parola “impegno” è diventata accessoria, di poca importanza, i Gang mi hanno dimostrato che ognuno di noi può fare tanto nel proprio piccolo. Quello per me era “impegno”, era “onestà”, era “rock”.
Dopo il sound-check e una cena veloce, finalmente con Marino ci sediamo in un tavolino appartato e con un bicchiere di vino in mano iniziamo a parlare del documentario. Ogni tanto butto un occhio a Sandro seduto insieme alla sua compagna su un divanetto con il cagnolino accovacciato ai loro piedi. Fin a quel momento l’unica cosa che gli ho sentito dire è stato “ciao, piacere di conoscerti”. Marino mi aveva detto “no, Sandro non parla, e non lo farà neanche nel documentario; a lui non piace”. Parlare con Marino è piacevole. È uno che anche, e soprattutto, nell’incontro con gli altri, non si risparmia. È incredibile, dopo pochi minuti mi sembra di conoscerlo da una vita. Per un’ora e mezza ragioniamo sui modi e i tempi per portare a casa questo progetto. Mi spiega dei problemi con la Wea e del catalogo bloccato, ma è subito disponibile a trovare la soluzione e risuonare i pezzi dal vivo. Stiliamo una prima lista di persone da intervistare che non possono mancare nel documentario. Le premesse per fare un buon lavoro, almeno dal punto di vista umano, quello che considero fondamentale, ci sono.
La storia dei Gang è particolare, drammaturgicamente interessante. Sono partiti autoproducendo i primi dischi, sono diventati una delle band più importanti di questo paese, hanno firmato con una major per poi tornare a prodursi di nuovo i dischi da soli e ad organizzare da loro i concerti. Il fatto poi che la musica dei Gang parta da una piccola realtà come Filottrano, ma che sia il risultato di tante influenze e contaminazioni locali e internazionali è un miracolo che solo il rock può fare. È gente tosta, musicisti e uomini che difficilmente scendono a compromessi, sempre disponibili, ma pronti allo scontro per difendere le loro idee. Tutto sempre “senza perdere la tenerezza”, senza rinunciare a ciò che di più bello c’è nel loro lavoro, ma che vale per la vita in generale, l’incontro con gli altri.
Il concerto è come sempre bello. Le versioni acustiche delle canzoni suonano diverse, più introverse, ma il fascino è sempre quello. Il pubblico apprezza. Le lunghe tirate di Marino intrattengono e fanno pensare. Alla fine, come ogni sera, si ricaricano gli strumenti e gli amplificatori sulla macchina per tornare a casa. Marino saluta tutti, si ferma a scambiare una battuta con chiunque lo ferma, fuma l’ennesima sigaretta. Sandro rimane in disparte. Alla fine ci salutiamo con la promessa di sentirci presto e cominciare appena possibile le riprese della sua intervista. Sandro mi saluta con un “ciao, alla prossima”. Marino mi abbraccia come se fossimo vecchi amici. Li guardo andare via e torno verso la macchina contento e convinto di aver fatto la scelta giusta. Il cuore pulsante dei Gang batte all’unisono con la cassa e il rullante della batteria, con il ritmo degli operai della fabbrica, con le braccia dei contadini nei campi, con l’eco dei miei passi mentre torno a casa.